Diasporici metropolitani e scenari quotidiani di lotta di classe

Barborni, diasporici metropolitani e intelligenza come lotta di classe…

6 Minuti di lettura

E’ per l’esattezza colui che chiamiamo sano di mente che si aliena, poiché acconsente a vivere in un mondo definibile solamente attraverso la relazione dell’io con l’altro. Claude Lévi-Strauss

L’intelligenza come fatto culturale

Uno dei concetti su cui mi piace riflettere è quello della velocità. Più precisamente se sia possibile connettere l’intelligenza alla velocità. Anche perché oggi è necessario essere veloci. Il vivere velocemente ha conquistato la quotidianità confondendosi strategicamente con la nozione di intelligenza.

Come suggerisce l’antropologo Marc Augé, le coordinate della surmodernità (l’accelerazione della storia, il restringimento dello spazio e l’individualizzazione dei destini) pare abbiano imposto la velocità come conditio sine qua non sia improbabile conquistare un dignitoso ruolo sociale. Velocità, dunque, come chiave di accesso. Password obbligatoria. Condizione connettiva con cui l’io finalmente accede all’attuale e soprattutto intelligente modo di vivere.

E allora un esempio di lentezza, quello proposto dai barboni, da ora in poi diasporici metropolitani. Velocità vs lentezza, dunque, per una riflessione sulle contemporanee dinamiche del vivere metropolitano.

Possibile?

Possibile che oggi essere veloci equivalga a essere intelligenti? Si può essere veloci e nel contempo intelligenti? E soprattutto, com’è possibile essere veloci e intelligenti nella produzione di significati nella contemporaneità percepiti come socialmente, storicamente e retoricamente costruiti? Infine, se la velocità ha una connotazione di tipo locale, si può essere intelligenti allo stesso modo pur vivendo in contesti tempo-culturali differenti. O è necessario sviluppare intelligenze multiple, mutanti, da scorporare strategicamente in specifiche circostanze?

Così…

Così, se è vero che all’inizio del secolo scorso l’intelligenza veniva percepita come valore naturale unitario distribuito nella popolazione in modo diseguale, e che tale concetto sia stato giustamente decostruito grazie agli sviluppi delle neuroscienze e dalle discipline cognitive, allora è altrettanto vera l’ipotesi che il concetto di intelligenza sia una costruzione culturale e non naturale. L’intelligenza è, dunque culturalmente, storicamente e localmente connotata.

Secondo l’analisi di Howard Gardner, psicologo statunitense, non esiste un’intelligenza unica. Al contrario, ognuno di noi è dotato di un infinito numero di intelligenze, e tutti possiamo svilupparne di diverse se messi nelle condizioni adatte.

Per ritornare a March Augé, essere etnografi significa stare sempre all’erta. Bisogna essere mossi dalla curiosità intellettuale di decostruire, moltiplicare e mixare i propri punti di vista, nel tentativo di sperimentare e, possibilmente, creare nuove conoscenze. Ogni esperienza etnografica assume così fattezze magiche.

Magicamente offre la possibilità di apprendere infinite cose che non servono ad aumentare le certezze, bensì a moltiplicare incertezze da cui si sviluppano nuovi e inediti orizzonti. E, misteriosamente, nel disordine empiricamente analizzato, e nella complessità che si dispiega agli occhi di chi curiosamente osserva, il corpo etnografico si sensorializza per farsi ricettore critico, sensore aperto a nuovi saperi. Forse.

In non-io

In questa curiosità, a finalità dell’osservazione partecipante e partecipata si presenta come un lavoro su di sé, verso la comprensione del non-io, che può far trasparire qualche cosa sulla complessità dei sistemi presenti. Corpo etnografico, dunque, come strumento-paradigma performante che sperimenta la dimensione spettacolare della vita quotidiana, in una dimensione cognitiva che va al di là di se stessi, connettendosi ad identità plurime, per tramare verso una dimensione necessariamente collettivizzata.

Velocità, quindi e per citare l’antropologo Paolo Apolito, come categoria di senso che gli altri usano per vivere la propria realtà. In questo specifico caso, si parla degli altri con la pretesa di non universalizzare tale concetto ma localizzarlo, o meglio delocalizzarlo, unicamente alla sua specifica relazione spazio-temporale, o addirittura multi/spazio-temporale.

Di conseguenza, se l’equazione normativa velocità uguale intelligenza è una costruzione. E se la velocità è semplicemente uno strumento pervasivo, e fisicamente invasivo, che riduce la quotidianità a un ordine politicamente costruito. Sarà corretto identificare velocità e intelligenza?

Diasporici metropolitani e centri abitativi

Per chi proviene da contesti medio-piccoli, come quello di Catanzaro Lido, vivere nel centro di una metropoli provoca uno choc sensoriale. Uno choc sensoriale che mostra quanto sia localmente connotata la modalità con cui il tempo esercita la sua funzione normativa sulla vita quotidiana. E quanto sia relativa la percezione del tempo nelle relazioni tra gli esseri umani.

Bene, a Roma, così come in qualsiasi altra metropoli, bisogna essere veloci. E la tensione verso la rapidità ibridizza il profilo soggettivo verso una dimensione collettivizzata che pluralizza l’esperienza quotidiana, dando un ordine apparente al caos percepito nella città. Così, non è sempre facile sfuggire ai vizi della routine. Quella stessa routine che talvolta esercita effetti di seduzione, spesso drammatici, che scopre la complessità di una situazione che rischia di sfuggire di mano.

A Roma ci sono i barboni…

A Roma ci sono i diasporici metropolitani. Chi si reca in centro, nei pressi della stazione Termini o Tiburtina, e anche nei vari meandri della città, può comodamente osservare uomini e donne distesi per strada. Alcuni avvolti in sacchi a pelo, altri in semplici coperte di lana o plaid.

Vagando per le strade del centro storico, precisamente in piazza Venezia, mi sono trattenuto ad osservare un gruppo di diasporici metropolitani riparati sotto i porticati di un istituto di credito.

Le variopinte scodelle per i cani, qualche busta prudentemente sistemata in carrelli scorrevoli e i piattini per gli spiccioli, coloravano un’immagine già di per sé raffinatamente post-moderna. L’apparente indifferenza dei passanti, invece, la drammatizzava.

Pleonasmo di un’intelligenza veloce che rischia di lasciarti stordito a divorare con gli occhi una strana possibilità, o a dormire avvolto in un confortevole sacco a pelo con un cane da guardia che non protegge da occhi indiscreti che invadono dignità, segreti, silenzi. Non ho potuto che riflettere sul senso spesso incorporato, e non rappresentato, celato negli interstizi della paura che regolano i rapporti intersoggettivi tra noi e questi altri.

Anche a Catanzaro Lido ci sono i barboni

Anche a Catanzaro Lido, poco più di dieci anni fa, c’era un diasporico (non)metropolitano. Si chiamava Michel e veniva dalla Francia. Non ricordo precisamente da dove. Michel ora non c’è più, è morto. Lo ha ucciso una broncopolmonite.

Non conosco le motivazioni che lo avevano portato a Catanzaro Lido. Lui, Michel, raccontava una vicenda drammatica, tragica, che lo aveva orientato nella sua scelta, in tutta libertà. Però non ha mai motivato il perché non avesse preso in considerazione una grande città come luogo della sua diaspora.

Molti ritenevano che la sua condizione, quella di diventare un diasporico (non)metropolitano, fosse stata una scelta. Certo, abbandonare tutto per vivere in strada è una scelta di vita. Anche coraggiosa, direi. Probabilmente Michel non è stato veloce. O meglio, secondo il paradigma velocità uguale intelligenza, Michel non è stato sufficientemente intelligente.

Tuttavia, quel briciolo di senno che lo ha indotto a scegliere Catanzaro Lido per la sua coraggiosa scelta di vita (potrebbe addirittura esserlo) gli ha riservato qualche soddisfazione. Ricordo che si faceva a gara per assicurargli un piatto caldo, una coperta nuova, qualche lira (ai tempi c’erano la lira) per scambiare chiacchiere e bere una birra assieme al Bar. Si era fatto addirittura una bicicletta e, ovviamente, un cane, Birillo.

Michel

Credo sia rimasto nei ricordi di molti abitanti di Catanzaro Lido quel biondino sdentato che sfrecciava per le strade del centro su una bicicletta gialla e Birillo dietro. Maleodorante e malvestito, che si rasava alla fontana della Chiesa di Casciolino (frazione di Catanzaro Lido che sarebbe un quartiere di Catanzaro). E soprattutto aveva un nome: Michel.

Michel dormiva in un casolare abbandonato. Una vecchia osteria ormai demolita, proprio davanti alla Chiesa e alla sua fontana. È lì che una mattina lo hanno trovato morto. Qualche giorno dopo, durante i funerali, la Chiesa era gremita di gente e i quotidiani locali gli dedicarono addirittura qualche affettuoso articolo. Ora, dicono, ha la fortuna di riposare in un loculo bellissimo, nel cimitero di Catanzaro.

Al di là…

Al di là dei sentimentalismi e della poesia, quella dello spirito s’intende, qualche anno, precisamente nel 2007, fa mi è capitato di vedere il film Into the Wild. Sean Penn racconta la storia di un giovane, Christopher McCandless, anche lui ha un nome! Christopher McCandless decide di disconnettersi definitivamente dalla vita di tutti i giorni per sperimentare una sua singolare diaspora.

C’è tutto: solitudine, solitudine e ancora solitudine. Di tanto in tanto incontra altra gente, anche loro persone sole. Tutto, o quasi, è rappresentato cinematograficamente nella sua singolarità. La mamma. Il papà. La sorella. Un alce. Insetti. Un orso. Una balena. Una ragazzina in preda ai suoi bollori adolescenziali. Due coppie hippie, entrambe sole. Tutto è vissuto nella sua singolarità, eccetto un dettaglio, forse: la felicità è reale solo se viene condivisa.

Leggi anche: Architettura e Antropologia: un’unità necessaria. Con un caso di architettura spontanea in Calabria

Diasporici metropolitani

Secondo alcuni la storica presenza nelle città dei barboni, opss diasporici metropolitani, è sintomo di diversità conflittuale causata dai gestori dell’economia.  Diversità conflittuale che rafforza e perpetua l’ordine costituito per una ricchezza che non circola. Opulenza che moltiplica le cesure sociali, enfatizza la retorica dell’ostentazione della disuguaglianza e propina preoccupazioni retoricamente costruite.

E allora tocca emanciparsi da ogni a priori, per una fenomenologia del divenire per ripensare l’esperienza diasporica metropolitana per restituire dignità multiple e scoprire verità anonime. In questo è bello riconsegnare nomi a specifiche categorie di senso singolarmente sperimentate, verso un’analisi dettagliata della subalternità da marciapiede che sappia (ri)considerare, in nuovi termini, tali contemporanei e alternativi scenari di classe.

Così, diasporici metropolitani come una classe sociale, intelligente, che lentamente avanza per decostruire, dal basso, paradigmi egemonici che tendono a omologare il tempo e lo spazio in un inedito, ma non meno etnocentrico, fluido omologante. Forse…

A presto, Sergio.

Ps: l’articolo è liberamente tratto da un mio articolo pubblicato su M@gma@ International Journal in the humanities and social sciences. L’immagine è tratta da Google immagini.


Ciao
, sono Sergio Straface e sono un Antropologo. Mi occupo di ricerca etnografica e lavoro nel Marketing e nel Management dei Beni Culturali e del Territorio. Qui scrivo di tradizioni popolari e folklore – ricette e food – religiosità popolare – reportage – comunità storico-linguistiche calabresi – abbazie, chiese, conventi e santuari… insomma tutto quello che ha a che fare con l’universo etno-antropologico soprattutto in Calabria
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4 commenti
  1. Francesco
    Francesco dice:

    Ciao,
    sono sempre stato interessato alle vite parallele, spesso invisibili, nelle nostre grandi Città. Purtroppo ci sono anche nelle piccole!

    Rispondi
    • Sergio
      Sergio dice:

      Ciao,
      vero, purtroppo anche nelle piccole. Un mondo che comunque affascina e offre diverse angolazioni di riflessione.
      Grazie,
      Sergio

      Rispondi
  2. Nicola
    Nicola dice:

    Articolo molto interessante, complimenti Sergio! Ho apprezzato particolarmente il riferimento all’intelligenza quale costruzione culturale e alla Teoria delle intelligenze multiple di Gardner.

    Rispondi

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