Il Campo di Concentramento di Ferramonti a Tarsia in provincia di Cosenza

Il campo di concentramento di Ferramonti, nel comune di Tarsia in provincia di Cosenza, evidentemente in Calabria… il più grande kibbutz del continente europeo. Pare…

5 Minuti di lettura

Una brevissima premessa

Ce lo siamo detto diverse volte, la Calabria è una terra magica, misteriosa. Un luogo creato per accogliere. E assieme un luogo capace di stupire, meravigliare, soprattutto i calabresi.

E allora accade che, o meglio è accaduto che in questa terra magica e misteriosa i significati e i simboli siano cambiati, mutati. I significati e i simboli sono cambiati e mutati assumendo spesso significati completamente altri. Vedi pure il campo di concentramento di Ferramonti.

Non tutti sanno che…

Così. Non tutti sanno che in Calabria fu costruito il più grande campo di concentramento fascista italiano. Non tutti sanno che il campo di concentramento di Ferramonti fu ospitato in una zona depressa, malarica, infestata da insetti. E non tutti sanno che il campo di concentramento di Ferramonti fu costruito in una zona malarica non per una ragione politico-raziale, ma per motivi esclusivamente economici. Perlomeno così dicono.

Così dicono perché il progetto di costruire il campo di concentramento di Ferramonti fu affidato a tale Eugenio Parrini. Un costruttore, parrebbe, molto vicino ai gerarchi fascisti, che aveva già ultimato lavori di bonifica a Ferramonti nel comune di Tarsia.

E allora, Eugenio Parrini pensò bene di convertire le baracche del cantiere utilizzate in precedenza dagli operai impegnati nella bonifica per ospitare il primo gruppo di ebrei. E anche di imporre un proprio spaccio alimentare in regime di totale monopolio.

Correva l’anno 1940…

Tutto ebbe inizio nel 1938. In quell’anno, a seguito delle leggi razziali, molti ebrei stranieri furono costretti a lasciare l’Italia e nel 1940 per quelli ancora presenti scattò l’ordine di arresto per essere internati nei campi di concentramento.

Così, correva l’anno 1940 quando, il 20 giugno, giunse a Ferramonti il primo gruppo di Ebrei provenienti da Roma. E quello che si dispiegò ai loro occhi è per noi noto, un campo di concentramento con una recinzione di legno sormontata da filo spinato.

In realtà, i primi internati arrivarono a Ferramonti a lavori non ancora ultimati. Si trattava per lo più di uomini, professionisti interdetti dalle loro attività e arrestati nelle città del centro e del nord Italia. Questi occuparono le baracche già pronte, e molti furono impiegati nei lavori di quelle ancora in costruzione.

Il campo concentramento di Ferramonti

A lavori ultimati, il campo di concentramento di Ferramonti si componeva di 92 baracche di varie dimensioni, molte con la forma a “U” forniti di cucina e bagni comuni. Qui gli internati furono sistemati in capannoni con due camerate da 30 posti, altri in capannoni capaci di accogliere 8 nuclei familiari di 5 persone. Altri ancora in capannoni divisi da accogliere 12 nuclei familiari da 3 persone.

Al primo gruppo di Ebrei provenienti da Roma presto se ne aggiunsero altri arrivati dall’Albania, dalla Grecia, dalla Jugoslavia e dal nord Africa. Oltre agli internati Ebrei, a Ferramonti arrivarono presto anche non ebrei Greci, Slavi e Cinesi. Insomma, a Ferramonti transitarono quasi 3.000 uomini, donne e bambini in quegli anni ritenuti nemici del fascismo.

…il più grande kibbutz del continente europeo

Lo storico ebreo Jonathan Steinberg, ha definito il campo di concentramento di Ferramonti come il più grande kibbutz del continente europeo.

E questo perché dal 1940 al 1943 qui si trovarono a convivere Austriaci, Cecoslovacchi, Cinesi, Polacchi, Ungheresi, Jugoslavi e Tedeschi. Una sorta di melting pot con conseguente diversità culturale, linguistica e anche religiosa. Insomma una sorta di comune.

Così, agli Ebrei si aggiunsero Cristiani cattolici e ortodossi. A tutti era riconosciuta la libertà di culto, e presto nel campo arrivarono diversi rabbini, un cappuccino, monaci ortodossi e un archimandrita.

E ancora, benché la vita nel campo di concentramento di Ferramonti non fu di certo facile, parrebbe che le condizioni degli internati furono comunque meno disumane che nei campi nazisti. Non ci furono torture, esecuzioni, e nessun internato fu deportato nei campi nazisti.

Naturalmente tutti gli internati erano impegnati nei diversi lavori per la conduzione del campo. Chi era impegnato nel servizio mensa, chi alle pulizie, chi all’approvvigionamento di generi alimentari, chi nei lavori di sartoria. Pare che nel campo di concentramento di Ferramonti si praticassero attività culturali e sportive. E c’erano anche un teatro e una biblioteca.

Probabilmente anche per questo motivo Jonathan Steinberg definì il campo di Ferramonti come il più grande kibbutz del continente europeo. Anche se, in verità, il kibbutz è una forma associativa volontaria, e in questo caso di volontario non ci fu proprio nulla. 

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E una testimonianza…

Bene, arrivati a questo punto direi mai smentire gli storici, e aggiungerei mai smentire i bambini. E allora mi piace concludere con una testimonianza sul kibbutz/campo di concentramento di Ferramonti di una bambina, Gisella Weiss, allora tredicenne:

Come odio la guerra che ci ha confinati in un terreno non più grande di due ettari. Tutto intorno al campo ci sono delle guardie che, col fucile sulle spalle, sono pronte a sparare contro chiunque tenti di fuggire. Spesso guardo con invidia gli uccellini che svolazzano spensieratamente dove vogliono, e vorrei anch’io diventare un uccellino per respirare l’aria libera. Ecco che cosa ci manca: la libertà! Ed è terribile pensare che siamo stati confinati qui perché l’Italia non aveva fiducia in noi. Ciò è ancora più terribile per me che sono nata in Italia e che ho amato il mio paese come ogni buon cittadino italiano. Le giornate sono tutte uguali, le faccende sempre le stesse, si vedono sempre le stesse bianche baracche, le stesse facce in apparenza allegre, ma che nascondono nel cuore quasi sempre la nostalgia della perduta libertà.

E questo fu il più grande kibbutz del continente europeo

Ps: nel 2004 è stato inaugurato il Museo Internazionale della Memoria di Ferramonti di Tarsia che raccoglie la documentazione sugli anni di attività del campo di concentramento di Ferramonti.

A presto, Sergio.

Le immagini sono tratte dal sito ufficiale del Campo di Concentramento di Ferramonti di Tarsia.


Ciao
, sono Sergio Straface sono un Antropologo. Mi occupo di ricerca etnografica e lavoro nel Marketing e nel Management dei Beni Culturali e del Territorio. Qui scrivo di tradizioni popolari e folklore ricette e food – religiosità popolare –reportage – comunità storico-linguistiche calabresi – abbazie, chiese, conventi e santuari… insomma tutto quello che ha a che fare con l’universo etno-antropologico soprattutto in Calabria.
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4 commenti
    • Sergio
      Sergio dice:

      Grazie Fabio,
      mi fa piacere tu lo abbia trovato interessante, è una delle tante storie calabresi.
      A presto,
      Sergio

      Rispondi

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